Casa delle Donne Viareggio

Tipi di violenza

Violenza Assistita dai/dalle minori

La violenza assistita dai/dalle minori è una forma di maltrattamento all’infanzia e all’adolescenza che si verifica quando un/una bambino/a o un/un’adolescente è spettatore/spettatrice di atti di violenza compiuti su figure di riferimento (solitamente la madre) o su altre persone affettivamente vicine (fratelli, sorelle, animali domestici).
Non è necessario che il/la minore veda fisicamente l’aggressione: la violenza si considera “assistita” anche se ne percepisce i segnali indiretti o ne vive il clima oppressivo.
Le diverse forme di “percezione”
Il/la bambina o l’adolescente può fare esperienza della violenza in tre modi principali:
Diretta, quando vede o ascolta fisicamente l’aggressione (urla, colpi, pianti).
Indiretta, quando vede i segni sul corpo della madre (lividi, ferite) o i danni materiali in casa (mobili rotti, vetri infranti).
Percepita, quando vive immerso/a in un clima di tensione costante, paura, minacce e controllo, anche in assenza di atti fisici eclatanti.
Le conseguenze psicologiche e fisiche
La violenza assistita è un vero e proprio trauma cronico che può alterare lo sviluppo del/della minore. Le conseguenze variano in base all’età:
Prima infanzia: disturbi del sonno, regressioni (es. ricominciare a farsi la pipì addosso), pianto inconsolabile, ritardi nel linguaggio.
Età scolare: difficoltà di concentrazione, scarso rendimento scolastico, mal di testa o di stomaco/pancia frequenti (somatizzazione), ansia da separazione.
Adolescenza: comportamenti aggressivi o estrema chiusura, abuso di sostanze, depressione, rischio di replicare i modelli violenti nelle proprie relazioni.

Come riconoscere i segnali

Riconoscere la violenza assistita non è sempre facile, perché i segnali possono essere confusi con altre forme di disagio. Tuttavia, esistono dei “campanelli d’allarme” specifici che variano in base all’età del/della minore.
Segnali Comportamentali (cosa fa il/la minore)
Regressioni: il/la bambino/a torna a fare cose che aveva smesso di fare, come ricominciare a fare la pipì a letto, succhiarsi il pollice o parlare come un bambino più piccolo.
Ipervigilanza: il/la minore è costantemente “sull’attenti”, sussulta a ogni rumore improvviso o alle grida, come se si aspettasse un pericolo imminente.
Aggressività o Bullismo: riproduce i modelli violenti visti in casa con i coetanei o con i giocattoli. Al contrario, può mostrare una passività estrema e paura del contatto fisico.
Adultizzazione: il/la bambino/a si comporta da “piccolo/a adulto/a”, cercando di proteggere la madre o prendendosi cura dei fratelli o delle sorelle più piccoli/e in modo eccessivo per la sua età.
Segnali Emotivi e Psicologici (cosa prova)
Sensi di colpa: molti/e bambini/e pensano di essere la causa del conflitto tra i genitori o si sentono in colpa per non essere riusciti a fermare la violenza.
Ansia da separazione: terrore all’idea di allontanarsi dalla madre (es. pianto disperato al momento di andare a scuola) per paura di cosa potrebbe accadergli in sua assenza.
Bassa autostima: il/la bambino/a si sente di scarso valore, tende a isolarsi e mostra tristezza profonda o apatia (perdita di interesse per i giochi).

Segnali Fisici e Psicosomatici (cosa manifesta il corpo)

Spesso il corpo “parla” quando il/la bambino non riesce a esprimersi a parole:
Disturbi del sonno: incubi ricorrenti, terrore notturno o difficoltà ad addormentarsi.
Dolori senza causa medica: frequenti mal di pancia, mal di testa, vomito o nausee che si presentano soprattutto in situazioni di stress familiare.
Disturbi dell’alimentazione: perdita di appetito o, al contrario, abbuffate compulsive.
Segnali nel Rendimento Scolastico
Calo dei voti improvviso: difficoltà di concentrazione perché la mente è occupata dal trauma vissuto a casa.
Assenteismo: frequenti assenze ingiustificate o ritardi.
Disegno e Gioco: nel disegno o nel gioco libero, il/la bambino/a può rappresentare scene di violenza, urla o figure familiari minacciose.
Indicatori Specifici per gli Adolescenti
Negli adolescenti, il disagio può manifestarsi in modi più “esterni”:
Comportamenti a rischio: abuso di alcol o droghe, atti di vandalismo o fughe da casa.
Isolamento sociale: tendenza a chiudersi in camera e tagliare i ponti con gli amici.
Autolesionismo: comportamenti volti a farsi del male fisico per gestire il dolore emotivo.

Il rischio della "Trasmissione Intergenerazionale"


Senza un intervento adeguato, il minore rischia di apprendere che la violenza sia un modo “normale” di gestire i conflitti o di esprimere il potere nelle relazioni.
Il rischio della trasmissione intergenerazionale non è “automatico”, ma gli studi indicano che l’esposizione alla violenza assistita durante l’infanzia aumenta sensibilmente la probabilità di replicare dinamiche simili in età adulta.
Il rischio tende a differenziarsi tra maschi e femmine non tanto per la gravità del danno, quanto per il ruolo che il minore potrebbe assumere nelle relazioni future, spesso per un meccanismo di identificazione con il genitore dello stesso sesso
Il rischio nei maschi è la perpetrazione
I bambini/adolescenti che assistono alla violenza del padre sulla madre tendono a identificarsi con l’aggressore.
Apprendimento del potere: il bambino può interiorizzare l’idea che la violenza sia uno strumento legittimo per risolvere i conflitti, ottenere rispetto o esercitare controllo nella coppia.
Normalizzazione della dominanza: esiste un rischio maggiore di diventare autori di violenza nelle relazioni sentimentali future o di adottare comportamenti di questo tipo già in adolescenza.
Manifestazione esterna: il disagio si manifesta spesso attraverso comportamenti “esternalizzanti”: aggressività, bullismo, abuso di sostanze e ostilità verso l’autorità.

Il rischio nelle femmine è la vittimizzazione

Le bambine che assistono alla violenza subita dalla madre tendono più frequentemente a identificarsi con la figura della vittima.
Accettazione della violenza: la minore può apprendere che la violenza e il controllo siano componenti “normali” o inevitabili di un rapporto affettivo, riducendo la sua capacità di riconoscere i segnali di abuso.
Scelta del partner: esiste un rischio statistico più elevato di “vittimizzazione secondaria”, ovvero di intrecciare relazioni con partner maltrattanti in età adulta.
Manifestazione interna: il disagio si manifesta spesso attraverso comportamenti “internalizzanti”: depressione, disturbi alimentari, ansia, isolamento sociale e una forte tendenza all’auto-colpevolizzazione.
Fattori che possono rompere il ciclo
È fondamentale sottolineare che la trasmissione non è un destino.
Il ciclo si può interrompere innanzitutto interrompendo quanto prima l’esposizione alla violenza e quindi aiutando la madre ad intraprendere un percorso di fuoriuscita presso un Centro Antiviolenza, ma anche grazie alla capacità individuale del/della minore di elaborare il trauma, oltre che alla presenza di un/un’adulto/a protettivo come un/una nonno/a, un/un’insegnante o un/una educatore/trice che offra un modello di relazione sano.
Se questo non fosse sufficiente, potrebbe essere necessario un intervento terapeutico, ossia, percorsi di supporto psicologico specifici per la violenza assistita che aiutino il/la minore a “disimparare” i modelli appresi in casa.
Cosa dice la legge italiana (Codice Rosso)
Dal 2019, con la legge n. 69 (Codice Rosso), la protezione dei minori è stata notevolmente rafforzata:
Minore come Persona Offesa: il minore che assiste ai maltrattamenti in famiglia è considerato a tutti gli effetti una vittima (persona offesa) e non un semplice testimone.
Aggravante del reato: se i maltrattamenti avvengono in presenza di un minore, la pena per il colpevole aumenta fino alla metà (Art. 572 c.p.).
Obbligo di comunicazione: il Giudice Penale ha l’obbligo di informare immediatamente il Tribunale per i Minorenni per valutare la capacità genitoriale e proteggere i figli.

In caso di violenza
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